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TER e costi nascosti: quanto ti erodono davvero in vent’anni

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Un costo annuo dello 0,20% sembra niente. Su vent’anni non lo è: è la differenza fra arrivare con l’intero rendimento del mercato e arrivarci con una fetta in meno, tolta ogni giorno senza che nessuno la veda. Questa guida spiega cosa contiene davvero il costo dichiarato di un ETF, cosa non contiene, e quanto pesa la differenza — con i numeri misurati sul nostro universo di ETF, compreso quello scomodo: sullo stesso indice i rendimenti divergono più dei costi, e il motivo non è quasi mai quello che ci si aspetta.

Il costo dichiarato: cosa dice il TER

Il TER (Total Expense Ratio, o spesa corrente) è la percentuale annua che il fondo trattiene per gestire sé stesso: commissione di gestione, banca depositaria, revisione, amministrazione. Non si paga con un bonifico: viene sottratta ogni giorno dal valore della quota, in millesimi. È per questo che non compare in nessun estratto conto e che quasi nessuno la percepisce.

La conseguenza pratica è che il rendimento che vedi è già al netto del TER. Il che è comodo, ma nasconde il punto: quella quota non è stata rinunciata una volta, è stata rinunciata ogni anno, e il capitale su cui avrebbe fruttato non c’è più.

Nel nostro universo di 3.819 ETF il costo dichiarato ha una mediana dello 0,22% annuo. Un ETF su otto sta sotto lo 0,10%, uno su dieci supera lo 0,50%, e il più caro arriva all’1,50%. La distanza fra i due estremi non è un dettaglio di listino: è il resto di questo articolo.

Quanto pesa in vent’anni

Qui non serve una previsione, basta l’aritmetica. Prendiamo 10.000 investiti e un rendimento lordo ipotetico del 6% annuo — un’ipotesi dichiarata, non una promessa: serve solo a mettere i costi sulla stessa scala.

Costo annuo Dopo 20 anni Quanto manca rispetto al lordo
0,05% 31.770 301 (0,9%)
0,20% 30.883 1.189 (3,7%)
0,50% 29.178 2.894 (9,0%)
1,00% 26.533 5.538 (17,3%)
1,50% 24.117 7.954 (24,8%)

Fra il più economico e il più caro del nostro universo la differenza è di 7.653 su 10.000 investiti: più di due terzi del capitale iniziale, sparito in commissioni e in rendimento che quelle commissioni non hanno prodotto. E il confronto più realistico — fra lo 0,20% mediano e uno 0,50% che sembra ancora ragionevole — vale comunque 1.705.

Il meccanismo che rende questi numeri più grandi dell’intuito è sempre lo stesso: l’interesse composto lavora anche per chi incassa il costo. Ogni punto trattenuto non toglie solo sé stesso, toglie tutto quello che avrebbe generato negli anni successivi.

Lo stesso indice, prezzi molto diversi

Un ETF che replica un indice non ha margini di creatività: compra quello che l’indice contiene. Ci si aspetterebbe quindi che due ETF sullo stesso indice costino uguale. Non è così.

Nel nostro universo ci sono 231 indici replicati da almeno tre ETF. Lo scarto tipico fra il più caro e il più economico è modesto — 0,04 punti percentuali in mediana, e il più caro costa circa 1,3 volte il più economico — ma la coda è tutt’altro che innocua:

  • MSCI World: 14 ETF sullo stesso indice, dallo 0,05% allo 0,45% — nove volte tanto;
  • MSCI Emerging Markets: dallo 0,09% allo 0,60%;
  • MSCI Japan: dallo 0,06% allo 0,52%;
  • MSCI USA: dallo 0,03% allo 0,30%.

Su un indice così noto la differenza non compra niente di diverso: è lo stesso paniere a due prezzi. È il caso in cui confrontare prima di scegliere costa dieci minuti e vale, sui vent’anni della tabella qui sopra, migliaia.

I costi che il TER non contiene

Il TER è il costo dichiarato, non il costo totale. Quattro voci restano fuori, e nessuna compare in una tabella comparativa.

Lo spread fra denaro e lettera

È la differenza fra il prezzo a cui puoi comprare e quello a cui puoi vendere nello stesso istante. Si paga a ogni operazione, quindi pesa in proporzione a quanto si movimenta: irrilevante per chi compra e tiene, significativo per chi entra ed esce spesso. Sugli ETF molto scambiati è di pochi centesimi di punto; su quelli sottili può superare il TER annuo in una sola operazione.

Lo scostamento dall’indice

È la differenza fra quanto ha reso l’ETF e quanto ha reso l’indice che dichiara di seguire. Include il TER, ma anche gli errori di replica, il trattamento delle imposte alla fonte sui dividendi, il momento in cui il fondo ribilancia. È il numero che conta davvero, ed è anche l’unico che non trovi nella scheda di prodotto in forma comparabile.

La valuta

Un ETF sull’indice americano quotato in euro non elimina il rischio di cambio: lo sposta. Le versioni a copertura del cambio lo riducono, ma quella copertura ha un costo, che dipende dalla differenza fra i tassi delle due valute e non compare nel TER. Non è un difetto: è il prezzo di un servizio, e va confrontato con quello che si vuole ottenere.

I costi di transazione del fondo

Quando l’indice cambia composizione, il fondo compra e vende — e paga. Su indici stabili è trascurabile, su indici che ruotano spesso no. Alcuni fondi recuperano una parte prestando i titoli in portafoglio, che è un ricavo ma anche un rischio ulteriore: chi lo fa lo dichiara nel prospetto.

Cosa dicono i nostri dati (e cosa non riescono a dire)

Qui arriva la parte scomoda, e la raccontiamo per intero perché è quella utile.

Confrontando gli ETF sullo stesso indice, il divario di rendimento a tre anni risulta enorme rispetto al divario di costo: 2,91 punti annui contro 0,04. Sembra la prova che il TER conta pochissimo. Ma prima di scriverlo abbiamo tolto le spiegazioni che non c’entrano con i costi:

  • escludendo gli ETF a copertura del cambio, il divario non si muove (2,93 punti);
  • confrontando solo ETF nella stessa valuta di quotazione, crolla a 0,78 punti: due terzi del divario erano semplicemente il cambio;
  • aggiungendo anche lo stesso trattamento dei dividendi — chi li distribuisce e chi li reinveste — restano 0,88 punti, ma i gruppi davvero confrontabili scendono a sei.

Con sei gruppi non si dimostra una regola generale, e non pretendiamo di averlo fatto. Quello che resta è un’indicazione coerente coi casi concreti, dove il divario di rendimento supera comunque quello di costo:

  • S&P 500: quattro ETF, stessa valuta, rendimenti annui dal 20,61% al 21,07% — 0,46 punti di differenza contro 0,10 punti di costo;
  • EURO STOXX 50: tre ETF, dal 17,50% al 18,60% — 1,10 punti, contro 0,13 di costo;
  • MSCI Europe: quattro ETF, dal 15,14% al 16,23%.

La lettura onesta è questa: il costo più basso è un buon punto di partenza, non una garanzia. Su quei gruppi il più economico rende sopra la mediana dei suoi pari in quattro casi su sei — meglio di una moneta, ma non un automatismo.

Due dettagli minori, misurati sullo stesso universo: gli ETF con masse più grandi costano un po’ meno di quelli piccoli (0,15% contro 0,20% di mediana), e la replica sintetica costa in mediana appena più di quella fisica (0,24% contro 0,20%), il che smentisce l’idea che sia sistematicamente più economica.

Come si sceglie senza inseguire il decimale

Se il TER non spiega tutto, la conclusione non è ignorarlo: è metterlo al posto giusto, che è primo fra i criteri verificabili, ma non l’unico.

  1. Confronta a parità di indice. Un costo dello 0,07% su un indice e dello 0,30% su un altro non sono confrontabili: stai guardando due prodotti diversi.
  2. Poi a parità di valuta e di trattamento dei dividendi. È il passo che nella nostra misura ha fatto sparire due terzi delle differenze apparenti.
  3. Guarda lo scostamento dall’indice su più anni, non solo il TER. Se un ETF costa 0,10 punti in meno ma perde 0,30 punti l’anno contro il suo indice, il risparmio non esiste.
  4. Considera quanto operi. Se compri una volta l’anno, lo spread conta poco e il TER conta molto. Se entri ed esci spesso, l’ordine si inverte.
  5. Diffida delle differenze sotto i due centesimi di punto. Su vent’anni valgono qualche decina su diecimila: sotto quella soglia decidono altri fattori, dalla dimensione del fondo alla facilità di scambio.

Sulla fiscalità non diamo numeri, perché cambiano completamente da un posto all’altro: in alcune giurisdizioni la forma ad accumulazione differisce sensibilmente da quella a distribuzione nel trattamento dei proventi, in altre la differenza è minima o inesistente. È una variabile che può superare l’intero TER, quindi vale la pena verificare le norme della propria giurisdizione, o chiedere a un consulente.

Infografica: i costi degli ETF, dal costo mediano dello 0,22% all'anno all'effetto di 7.653 in meno su 10.000 in vent'anni

In sintesi

  • Il costo dichiarato mediano nel nostro universo di 3.819 ETF è 0,22% annuo; un decimo supera lo 0,50%.
  • Su vent’anni, con un rendimento lordo ipotetico del 6%, un costo dell’1,50% invece dello 0,05% lascia 7.653 in meno su 10.000.
  • Sullo stesso indice i prezzi divergono: sul MSCI World si va dallo 0,05% allo 0,45%, per lo stesso paniere.
  • Il TER non è il costo totale: restano fuori spread, scostamento dall’indice, copertura del cambio e costi di transazione del fondo.
  • Nei nostri dati il divario di rendimento fra ETF sullo stesso indice supera quello di costo — ma due terzi di quel divario erano la valuta, e i gruppi pienamente confrontabili sono solo sei: un’indicazione, non una legge.
  • Il costo più basso è il punto di partenza giusto; la verifica che conta è quanto l’ETF resta attaccato al suo indice negli anni.

Il TER si paga a parte o è già dentro il rendimento?

È già dentro. Viene sottratto ogni giorno dal valore della quota, quindi il rendimento che leggi è al netto. Proprio per questo passa inosservato: non c’è nessun addebito da notare, c’è solo un valore leggermente più basso di quello che sarebbe stato.

Uno 0,20% in più conta davvero, o è pignoleria?

Dipende dall’orizzonte. Su un anno sono venti euro su diecimila e non cambiano nulla. Su vent’anni, con un rendimento lordo ipotetico del 6%, la differenza fra lo 0,20% e lo 0,50% vale circa 1.705 su 10.000 investiti — perché quello che viene tolto non frutta più negli anni successivi.

Perché due ETF sullo stesso indice hanno costi tanto diversi?

Le ragioni sono commerciali più che tecniche: anzianità del prodotto, dimensione, politica dell’emittente, e il fatto che molti investitori non confrontano. Il paniere sottostante è lo stesso, quindi su indici molto diffusi la differenza di prezzo non compra nulla di diverso.

Meglio il più economico in assoluto?

È il punto di partenza giusto, ma va verificato. Quello che conta è lo scostamento dall’indice nel tempo: un ETF che costa poco ma segue male il proprio indice rende meno di uno leggermente più caro che lo segue bene. Nei nostri dati il più economico del gruppo rende sopra la mediana dei suoi pari in quattro casi su sei — spesso, non sempre.

Gli ETF a copertura del cambio costano di più?

Il loro TER è in genere più alto, ma il costo vero della copertura non sta lì: dipende dalla differenza fra i tassi d’interesse delle due valute e cambia nel tempo. Non è uno spreco né un vantaggio automatico: è il prezzo di eliminare una variabile, e ha senso solo se quella variabile ti disturba davvero.

Come faccio a vedere i costi che il TER non contiene?

Lo scostamento dall’indice è il modo più diretto: si confronta il rendimento dell’ETF con quello del suo indice su più anni, e la differenza contiene tutto — TER compreso. Lo spread si legge invece a mercato aperto, guardando la distanza fra prezzo di acquisto e di vendita nel momento in cui vuoi operare.

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