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Il portafoglio dei grandi investitori: cosa mostrano davvero i 13F (e cosa nascondono)

Copertina [IT] — Il portafoglio dei grandi investitori: cosa mostrano davvero i 13F (e cosa nascondono)

Ogni trimestre i grandi gestori americani sono obbligati a rendere pubblico cosa hanno in portafoglio, con un modulo chiamato 13F. È da lì che nascono i titoli di giornale su “il portafoglio di Buffett” e le liste dei titoli più amati dai fondi. Il documento è vero, gratuito e consultabile da chiunque: il problema è che mostra molto meno di quanto sembri, e con un ritardo che cambia il senso di quello che stai leggendo. Questa guida spiega cosa c’è davvero dentro un 13F, cosa manca, e cosa dicono i dati quando si prova a copiarlo.

Cos’è un 13F, in una riga

Chi gestisce oltre una certa soglia di titoli azionari statunitensi deve depositare, entro 45 giorni dalla fine del trimestre, l’elenco delle posizioni detenute all’ultimo giorno di quel trimestre. È un obbligo di trasparenza verso il mercato, non un servizio agli investitori: nasce per far sapere chi controlla cosa, non per farti replicare un portafoglio.

Questa distinzione spiega quasi tutti i limiti che seguono. Il modulo è progettato per rispondere alla domanda “chi deteneva questa società”, non alla domanda “cosa sta comprando adesso un bravo gestore”.

Il ritardo di 45 giorni non è un dettaglio

Quando il documento diventa pubblico, la fotografia che contiene ha già fino a un trimestre e mezzo. La posizione che leggi è quella dell’ultimo giorno del trimestre precedente: nel frattempo il gestore può averla aumentata, ridotta o azzerata, e non è tenuto a dirlo fino al deposito successivo.

Per un investitore di lungo periodo che compra e tiene per anni, un ritardo del genere conta poco. Per chi vuole “seguire i movimenti”, conta moltissimo: stai inseguendo una decisione presa mesi prima, di cui non conosci né il prezzo di carico né il motivo.

Cosa NON c’è dentro (ed è la parte importante)

Il 13F elenca solo le posizioni lunghe su titoli quotati negli Stati Uniti. Restano fuori, per costruzione:

  • le vendite allo scoperto — se un gestore è lungo su un titolo e corto su un altro come copertura, tu vedi solo la prima metà;
  • le obbligazioni e la liquidità — un fondo può avere metà del patrimonio in titoli di Stato e tu non lo sapresti mai;
  • le azioni estere non quotate negli USA — un gestore globale può avere in America una frazione del suo portafoglio reale;
  • i derivati, salvo casi specifici.

La conseguenza pratica è netta: quello che chiami “il portafoglio” di un grande investitore non è il suo portafoglio. È la parte di esso che la legge lo obbliga a mostrare. Un gestore che appare concentratissimo su cinque titoli potrebbe averne cinquanta, e uno che sembra aver “venduto tutto” potrebbe aver solo spostato l’esposizione su strumenti che il modulo non registra.

E a volte le posizioni sono nascoste legalmente

Esiste una procedura, il confidential treatment, che consente di chiedere di non rendere pubbliche alcune posizioni per un periodo: serve a evitare che il mercato anticipi un acquisto in corso, facendo salire il prezzo contro chi sta comprando. Le richieste vengono valutate e possono essere accolte.

Non è teoria: fra i grandi gestori che seguiamo, capita di trovare depositi privi delle posizioni pubbliche, dove l’elenco che ci si aspetta semplicemente non c’è. Chi legge quel documento senza accorgersene conclude che il fondo ha liquidato tutto. Ha solo esercitato un diritto previsto.

Copiare i titoli più “affollati” funziona? Abbiamo provato a misurarlo

L’idea intuitiva è che i titoli detenuti da molti gestori istituzionali siano i migliori — o, nella versione opposta e altrettanto diffusa, che siano i più rischiosi perché “troppo affollati” e destinati a soffrire quando tutti escono insieme.

Abbiamo costruito il conteggio di quanti gestori detengono ciascun titolo trimestre per trimestre, su un panel di alcune centinaia di grandi depositanti, e verificato cosa sarebbe successo comprando in base a quel conteggio. Con una precauzione fondamentale: l’acquisto è simulato alla data in cui il dato diventa pubblico, non alla data di fine trimestre. Comprare a un prezzo che nessuno poteva conoscere è il modo più comune per far sembrare geniale una strategia qualsiasi.

Il risultato, su tre anni di trimestri: i venti titoli più affollati si sono comportati sostanzialmente come l’indice. Non meglio in modo significativo, e soprattutto non peggio. La tesi del “sovraffollamento pericoloso” non ha retto la verifica.

La ragione è meno affascinante della tesi: i titoli più detenuti sono le società più grandi. Contare quanti gestori possiedono un titolo significa, in larga misura, misurarne la dimensione. Un portafoglio dei “più affollati” è un modo complicato di comprare le mega-cap.

Il risultato spettacolare che abbiamo scartato

Nello stesso studio, il gruppo dei titoli meno affollati — quelli tenuti da pochissimi gestori — mostrava un rendimento molto superiore all’indice, di quelli che in una presentazione farebbero un’ottima impressione.

Non lo usiamo, e vale la pena spiegare perché: quel gruppo è composto da società piccole e poco seguite, e il confronto è possibile solo per le società che esistono ancora oggi e per cui abbiamo una serie di prezzi. Quelle fallite o uscite dal listino lungo il percorso non compaiono nel calcolo. Il risultato non misura una strategia: misura il fatto di aver guardato solo i sopravvissuti.

È il survivorship bias, ed è l’errore più frequente in questo genere di analisi. Quando un backtest produce un numero straordinario su titoli piccoli e illiquidi, la prima ipotesi da verificare non è di aver trovato un’inefficienza: è di aver escluso i morti dal campione.

Cosa se ne ricava davvero

Il 13F resta uno strumento utile, a patto di chiedergli le cose giuste. Tre letture che reggono:

1. I cambiamenti, non i livelli. Sapere che molti gestori detengono un titolo dice soprattutto che è grande. Sapere che nell’ultimo trimestre in molti hanno iniziato a comprarlo, o hanno ridotto, è un’informazione su un cambiamento di opinione. È un segnale più difficile da costruire, ma è l’unico che non sia una misura mascherata della dimensione.

2. La concentrazione del gestore. Un fondo con poche decine di posizioni sta facendo scelte; uno con più di mille sta replicando qualcosa. Il numero di righe del deposito racconta lo stile di gestione più di qualsiasi singolo titolo.

3. Il contesto, per una tesi che hai già. Scoprire che una società su cui stai lavorando è detenuta da gestori con approcci molto diversi tra loro è un’informazione di contorno interessante. Non è una conferma: molti gestori possono sbagliare insieme, e spesso lo fanno.

Infografica: cosa mostrano i 13F (45 giorni di ritardo, solo posizioni lunghe USA), cosa escludono e il risultato della verifica a 3 anni sui titoli piu detenuti

In sintesi

  • Il 13F mostra solo le posizioni lunghe su azioni quotate negli USA, riferite alla fine del trimestre e pubblicate fino a 45 giorni dopo.
  • Non contiene short, obbligazioni, liquidità, titoli esteri: non è il portafoglio del gestore, ne è la parte visibile per legge.
  • Alcune posizioni possono essere legittimamente riservate, e un deposito senza posizioni pubbliche non significa che il fondo abbia venduto.
  • Nella nostra verifica su tre anni, i titoli più affollati si sono comportati come l’indice: il conteggio dei detentori è in gran parte una misura della dimensione.
  • Il risultato brillante sui titoli meno affollati è survivorship bias, non un’opportunità.
  • Quello che vale la pena guardare sono i cambiamenti di posizione e lo stile del gestore, non la classifica dei più posseduti.

Domande frequenti

Ogni quanto escono i 13F?

Quattro volte l’anno, uno per trimestre. Il termine per il deposito è di 45 giorni dalla chiusura del trimestre, quindi i documenti diventano pubblici a scaglioni e molti arrivano vicino alla scadenza.

Posso davvero vedere il portafoglio di un grande investitore?

Puoi vedere la parte che la legge lo obbliga a mostrare: posizioni lunghe su titoli quotati negli Stati Uniti, alla data di fine trimestre. Liquidità, obbligazioni, posizioni corte e azioni estere non compaiono, quindi la quota che vedi può essere una frazione del patrimonio gestito.

Se un fondo esce da un titolo, significa che è un cattivo investimento?

Non è deducibile dal solo documento. Una posizione può sparire per una vendita, ma anche per un rimborso da parte dei clienti del fondo, per un ribilanciamento, per la chiusura di una copertura o perché la società è stata acquisita. Il 13F registra l’esito, mai il motivo.

Conviene comprare i titoli detenuti dal maggior numero di fondi?

Nella nostra verifica su tre anni di trimestri, comprando alla data in cui il dato diventa pubblico, i titoli più detenuti hanno reso quanto l’indice. Non è emerso un vantaggio, e nemmeno lo svantaggio che sostiene la tesi opposta del “sovraffollamento”.

Perché un backtest su titoli poco seguiti dà risultati così alti?

Spesso perché il campione contiene solo le società sopravvissute fino a oggi. Quelle fallite o uscite dal listino non hanno una serie di prezzi completa e restano fuori dal calcolo, gonfiando il risultato. È il motivo per cui un rendimento straordinario su titoli piccoli va sempre trattato come un sospetto, non come una scoperta.

Il 13F vale anche per i gestori europei?

L’obbligo riguarda chi gestisce titoli azionari statunitensi oltre una certa soglia, indipendentemente da dove ha sede. Un gestore europeo con una posizione rilevante in azioni americane deposita; le sue posizioni fuori dagli Stati Uniti restano invece invisibili in quel documento.

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